Villa Ollandini a Genova – il razionalismo poetico ed umanizzato

Villa Ollandini a Genova – il razionalismo poetico ed umanizzato

Villa Ollandini in Genoa - Italy - poetic and humanized rationalism

Villa Ollandini a Genova – il razionalismo poetico ed umanizzato

Sulla collina di San Vito in Albaro, quartiere residenziale di Genova, in quell’area che fa riferimento al toponimo di “Foce Alta”, era presente un’antica chiesa dell’XI secolo, dedicata a San Vito prima, a Sant’Ilarione a partire dal XV secolo e poi nuovamente a San Vito.


Incisione del Torricelli del 1782

Nella seconda metà dell’800 (1855) il fabbricato risultava ormai abbandonato e destinato a magazzino di legname finché nel 1879 venne acquisito da Raffaele Rubattino (1810-1881) armatore genovese (che fornì i vapori “Piemonte” e “Lombardo” a Giuseppe Garibaldi per la spedizione dei mille) che lo trasformò, insieme alla moglie Bianca Rebizzo, in un’elegante abitazione secondo il “gusto neogotico” (a guisa di castello con a lato una torre): l’alta torre che si elevava non era poi altro che l’antico campanile la cui forma piramidale era stata ridotta mentre all’esterno furono mantenute alcune caratteristiche dell’antica costruzione tra cui le strisce bianche e nere (che ancora ritroviamo ad esempio nel campanile dell’abbazia di San Giuliano lungo il vicino Corso Italia) e due antichi bassorilievi in pietra di promontorio.
A seguito della morte di Rubattino (2 novembre 1881) la proprietà passò alla famiglia Hofer (erede universale dei suoi beni fu la cugina Selene Gavino sposata con Rodolfo Hofer – banchiere svizzero trasferitosi a Genova nel 1864 e direttore finanziario e amministrativa della compagnia di navigazione di Rubattino) e, successivamente, ai marchesi Ollandini, nobili toscani originari di San Casciano.


Foce: riva sinistra con cantiere – 1902

L’immobile rimase pressoché inalterato sino alla notte tra il 22 e il 23 ottobre 1942, quando un bombardamento alleato distrusse circa la metà dell’abitazione rendendola inutilizzabile: uno spezzone incendiario aveva colpito il tetto dell’edificio, generando un crollo a catena che aveva distrutto i piani sottostanti.


Schizzo del rudere (Foto L.Tarò)

La “ricostruzione” fu caratterizzata da un complesso iter burocratico dal quale veniva concesso un’aerea minore rispetto a quella originale pur mantenendo inalterato il volume preesistente.
La proprietaria, l’anziana marchesa Ollandini, scelse come progettista una figura affermata nell’architettura genovese e nazionale: Robaldo Morozzo della Rocca (1904-1993).

La committente “non pose condizioni di gusto personale ma parlò all’architetto lungamente della casa distrutta e della vita in essa trascorsa; e l’architetto comprese come la ferita inferta alle pietre fosse anche una ferita umana. Comprese che le chiuse mura di sasso erano state l’espressione esteriore di una sicurezza e di una intimità familiare. Pensò che l’aggetto dei solai smozzicati, protesi dalla breccia verso l’infinito mare, poteva divenire il simbolo del dischiudersi a nuova vita e volle tratte il motivo del suo disegno dal profilo stesso della rovina.”

Il rudere, suggerì a Morozzo della Rocca l’adozione di una particolare soluzione progettuale: la riproposizione dell’immagine dello squarcio, aperto alla contemplazione dello straordinario panorama marino. Lo stesso architetto ricorda in questi termini l’origine della strategia progettuale adottata: “Visitandola con il proprietario mi resi subito conto della stupenda vista creata dallo squarcio, che ricreai nel progetto di ricostruzione come elemento dominante della composizione; risultò così un edificio costituito da tre lati in pietra e chiuso da una vetrata”.

L’elemento caratterizzante ed il “genius loci” della costruzione è quindi proprio insito nella cristallizzazione di quella breccia, nella conservazione del suo ricordo e, quindi della sua carica poetica. 

Questa impostazione ebbe inoltre come effetto secondario quello che l’impianto architettonico venisse a definire un senso di intima chiusura verso l’esterno e di apertura assoluta verso il mare, che ritroviamo, ad esempio, nella “Villa La Saracena”, costruita – pressoché nello stesso periodo – sulle rive del Tirreno da Luigi Moretti (1906-1973), testimoniando le non poche affinità presenti all’interno delle ricerche progettuali portate avanti dai due assistenti di Vincenzo Fasolo.

L’edificio presenta una configurazione ad L con impostazione scenica perfettamente equilibrata nel passaggio tra il fronte secondario ad intonaco lineare e di puro impianto razionalista, un successivo rivestimento con i bordi di rettifica di lastre di pietra di Finale (trovati abbandonati in una cava) a dare un ulteriore aspetto di incompiuto (ma nello stesso tempo riuscendo, in tal modo, a creare una connessione materica con l’ambiente naturale che gli edifici limitrofi invece non riescono a sviluppare ritrovandosi, di fatto, fuori contesto) per poi arrivare, in un esatto connubio tra firmitas e venustas, al fronte principale. Qui i piani sovrapposti della palazzina tra loro leggermente sfalsati, con un graduale e progressivo scarto planimetrico, richiamano l’avvenuto crollo. La grande vetrata, che chiude lo squarcio viene definita tramite la reiterazione di un unico modulo di infisso che corre da soletta a soletta in modo neutro e con un effetto come di un “tentativo a chiudere la lacerazione” senza un’effettiva integrazione e quindi lasciandone intatta la forza emotiva. Ancora, osservando la ripartizione planimetrica, l’andamento flessuoso della vetrata non interagisce con la regolare disposizione degli ambienti dell’abitazione, palesando la sua “estraneità”, quasi fosse virtualmente preesistente ed il manufatto fosse nato attorno ad essa. L’opera architettonica diviene, in tal modo,  quasi ad imprigionare la forza di un evento e trova il dono della monumentalità che ritroviamo in architetture “atemporali” come quelle di Luis Khan.


Prospettiva di studio (Foto L.Tarò)


Sezione (Foto L.Tarò)


Pianta Piano 3° (Foto L.Tarò)

L’edificio rappresentò una novità assoluta per l’epoca in ambito italiano e vide l’introduzione di quei concetti di poeticità e, quindi, di umanizzazione dello stile razionalista che si  ritrovano in esponenti del Movimento Organico come Asplund, Aalto e Markelius, promotori di un’architettura caratterizzata da un dialogo profondo, quasi serrato tra paesaggio ed edificato, tra natura e uomo.

La cura del particolare emerge chiara: dall’utilizzo di un infisso a tutta altezza sulla facciata lato mare per rendere ancora più estremo l’effetto di trasparenza e di sottrazione di materia ottenendo al contempo la garanzia di un massimo illuminamento e compenetrazione con il panorama, alla cura dello svasamento dell’angolo nel passaggio dal fronte secondario a quello principale per aumentare l’effetto di dinamicità e di torsione sino addirittura a riproporre la cromia chiaro-scuro del fabbricato nell’alzata e pedata dei gradini del corpo scala e l’effetto di trasparenza nella ringhiera dello stesso tramite ritti in vetro su cui viene quasi a “galleggiare” il corrimano in legno.


Fronte secondario da Via San Vito – rampa di accesso al piano seminterrato


Attacco a terra


Particolare rivestimento attacco a terra a ricorsi orizzontali in aggetto


Particolare rivestimento attacco a terra – zona ingresso al fabbricato


Particolare ringhiera su infisso – zona ingresso al fabbricato


Particolare infisso (non originale ma di più recente fattura) – zona ingresso al fabbricato


Interno androne – zona ingresso al fabbricato


Interno androne – zona ingresso al fabbricato – corpo scale con infisso


Interno – corpo scale


Interno – corpo scale – particolare elementi ringhiera in vetro


Interno – corpo scale – particolare gradini in marmo a croma opposto per alzata (probabile marmo “Verde Polcevera”) e pedata


Particolare separazione tra infissi esterni realizzato a tessere ceramiche


Fronte secondario da Via San Vito – prosecuzione verso Corso Italia


Fronte secondario da Via San Vito – prosecuzione verso Corso Italia


Angolo su fronte principale


Fronte principale

La nuova costruzione iniziò nel 1956 ed ebbe termine nel 1963.

Ad oggi l’edificio mantiene gran parte della plurimatericità originaria, a parte qualche inevitabile sostituzione degli infissi, soprattutto a lato mare. Conservate, invece, su Via San Vito, alcune delle finestre a vasistas originarie. Ben conservato l’ingresso e il rivestimento generale in pietra di Finale.

Fonti
http://anticafoce.blogspot.com/2014/12/
http://anticafoce.blogspot.com/2015/04/la-chiesa-di-san-vito.html
http://ceraunavoltagenova.blogspot.com/2013/04/cera-una-volta-il-bisagno-parte-terza-i.html
Istituto Luce Cinecittà
“Robaldo Morozzo della Rocca architetto – frammenti d’archivio 01” – Maria Carola Morozzo della Rocca – Giovanni Duranti -Ed. Genova University Press
Villa Ollandini. Un’architettura organica nella Genova degli anni ’50 – Lorenzo Bagnara
http://www.academia.edu/5693712/Architetture_a_Genova_dagli_anni_venti_agli_anni_cinquanta_-_51_casi
http://www.theviewstudio.com/

Ing. Paolo Croce- ZED PROGETTI srl

On the hill of San Vito in Albaro, a residential district of Genoa, in that area that refers to the name of “Foce Alta”, there was an ancient church of the eleventh century, dedicated to San Vito first, to Sant’Ilarione from the fifteenth century and then again to San Vito.
In the second half of the 19th century (1855) the building was abandoned and used as a timber warehouse until in 1879 it was acquired by Raffaele Rubattino (1810-1881), the Genoese shipowner (who supplied the vapours “Piemonte” and “Lombardo” to Giuseppe Garibaldi for the expedition of the thousand) who transformed it, together with his wife Bianca Rebizzo, into an elegant dwelling according to the “neo-Gothic taste” (like a castle with a tower on the side): the high tower that rose was nothing more than the ancient bell tower whose pyramidal shape had been reduced while outside were kept some features of the ancient construction including the black and white stripes (which are still found for example in the bell tower of the abbey of San Giuliano along the nearby Corso Italia) and two ancient bas-reliefs in stone promontory.
Following the death of Rubattino (November 2, 1881) the property passed to the Hofer family (the universal heir of his property was his cousin Selene Gavino, married to Rodolfo Hofer – a young Swiss banker who moved to Genoa in 1864 and financial and administrative director of the shipping company of Rubattino) and, later, to the Marquises Ollandini, Tuscan nobles from San Casciano.
In the night between October 22 and 23, 1942, the Allied bombing destroyed about half of the house, making it unusable: an incendiary break had hit the roof of the building, generating a chain collapse that had destroyed the floors below.
The “reconstruction” was characterized by a complex bureaucratic process from which was granted a smaller area than the original while maintaining the existing volume.
The then owner, the elderly Marquise Ollandini, chose as designer a figure established in Genoese and national architecture: Robaldo Morozzo della Rocca (1904-1993).
The client “did not set conditions of personal taste but spoke to the architect for a long time about the destroyed house and the life spent there; and the architect understood how the wound inflicted on the pie-three was also a human wound. He understood that the closed stone walls had been the external expression of a sense of security and family intimacy. He thought that the overhang of the demobilized floors, protruding from the breach towards the infinite sea, could become the symbol of opening up to new life and wanted to draw the motif of his design from the very profile of ruin.
The ruin, “poetic reaction”, suggested to the architect the adoption of a particular design solution, characterized by a powerful emotional charge: the re-proposal of the image of the pathetic tear, open to ecstatic contemplation of the extraordinary marine landscape. Morozzo della Rocca himself recalls in these terms the origin of the design strategy adopted: “When I visited the building with the owner, I immediately realized the wonderful view created by the gash, which I recreated in the reconstruction project as the dominant element of the composition; the result was a building made up of three sides in stone and closed by a window”.
The construction stands out as a crystallization of the dirute vestiges: of that breach, so full of poetry. The architectural layout is thus defined by the same sense of intimate closure towards the outside and panic opening towards the sea, which presents “Villa La Saracena”, built – almost at the same time – on the banks of the Tyrrhenian Sea by Luigi Moretti (1906-1973), testifying once again to the many similarities within the design research carried out by the two assistants of Vincenzo Fasolo.
The overlapping floors of the building, slightly staggered, with a gradual and progressive planimetric deviation, suggest that a landslide has taken place; the entire building is covered with the edges of the rectifying slabs of Finale stone (found abandoned in a quarry) to give a further aspect of unfinished; the large window, which closes the gap, is defined with the necessary iconic neutrality, through the reiteration of a single module of window that runs from floor to floor; and again, the flexuous course of the window does not interact with the regular arrangement of the rooms of the house, revealing its “strangeness” to the formation of the building, virtually pre-existing. Thus the author happily attributes to the new architecture the quality (that Kahn recognized to the ruin) of architecture finally free from the constraints of function, from the slavery of use, free to give itself as pure form”.
The building represented an absolute novelty for the time in the Italian context. A concept of humanization of the rationalist style had established itself in the Scandinavian regions with representatives of the Organic Movement such as Asplund, Aalto and Markelius, promoters of an architecture immersed in the continuity of the landscape.
The new construction began in 1956 and ended in 1963.
Today, the building retains much of its original multi-material nature, apart from some inevitable replacement of fixtures, especially on the sea side. On the other hand, some of the original vasistas windows have been preserved on Via San Vito. The entrance and the general covering in Finale stone are well preserved.