Chiesa di San Clemente a Cerro di Fossa: la memoria di un restauro del 1594 incisa nella pietra
Church of San Clemente in Cerro di Fossa: the memory of a 1594 restoration carved in stone
- 25 Giu 2026
Nella frazione di Cerro, nel territorio comunale di Fossa – L’Aquila (AQ), a pochi chilometri dall’Aquila, sorge la chiesa di San Clemente: una piccola architettura religiosa rurale, apparentemente semplice, ma ricca di segni che raccontano secoli di vita della comunità locale.
La chiesa è collocata nel paesaggio della Valle dell’Aterno, in un territorio noto per il rilevante patrimonio archeologico e storico di Fossa e della sua necropoli vestina. Cerro si sviluppa ai piedi del Monte Cerro, in una zona dove la presenza di antichi tracciati, coltivi, abitazioni sparse e luoghi di culto restituisce ancora oggi l’immagine di un paesaggio storicamente abitato e continuamente trasformato.
La chiesa di San Clemente è censita come edificio di culto sussidiario della parrocchia di Santa Maria Assunta di Fossa. Le fonti divulgative ne attribuiscono l’origine al XIII secolo, mentre l’edificio conservato oggi mostra chiaramente le conseguenze di interventi, riparazioni e rifacimenti susseguitisi nel tempo.



Una piccola chiesa di campagna
L’edificio presenta un impianto essenziale: una navata unica a pianta rettangolare, coperta da una struttura lignea a due falde con manto in coppi. Le murature sono costituite da pietrame calcareo locale, disposto in modo irregolare e legato con malta; in molte zone l’antico intonaco è ormai deteriorato o caduto, lasciando leggibile la materia della parete.
Le facciate laterali sono scandite da piccole finestre strette e verticali, dotate di semplici cornici lapidee. Si tratta di aperture ridotte, coerenti con la tecnica costruttiva tradizionale: dovevano consentire una moderata illuminazione interna senza interrompere eccessivamente la continuità delle murature portanti.
La semplicità del volume non equivale a povertà architettonica. Nelle costruzioni religiose rurali dell’Appennino, le proporzioni, la solidità della muratura e pochi elementi lapidei accuratamente realizzati erano sufficienti a definire un edificio riconoscibile e dotato di una precisa dignità sacra.
La facciata: campanile a vela, riquadri e simboli
La facciata principale è conclusa da un campanile a vela, con una sola apertura campanaria. Questa soluzione, diffusa nelle piccole chiese di campagna, consentiva di rendere visibile e udibile il luogo di culto senza ricorrere alla costruzione di una torre campanaria autonoma.
Sotto il campanile, la facciata è organizzata mediante una fascia di cinque riquadri rettangolari. Quello centrale ospita una lapide con stemma e iscrizione, mentre gli altri, oggi molto degradati, concorrono a formare una composizione ordinata e simmetrica.
Al di sotto della lapide compare un piccolo rosone circolare, costituito da una composizione a quattro settori attorno a un elemento centrale. La geometria richiama una croce inscritta nel cerchio e svolge contemporaneamente una funzione di illuminazione, aerazione e rappresentazione simbolica.
Sui settori lapidei sono ancora visibili tracce di pigmento rossastro e piccoli segni decorativi. Anche se l’insieme è oggi molto consunto, il rosone lascia intuire una facciata originariamente più articolata e più vivace di quanto appaia oggi.
Il documento più importante conservato sulla facciata è la lapide collocata sopra il rosone. L’epigrafe è abrasa e parzialmente lacunosa, ma la data è chiaramente riconoscibile:
ANNO DOMINI MCCCCCLXXXXIIII
HOC TEMPLUM RESTAURATUM
PROCURATORIBUS …
ET BONANO FRANC…
La sequenza MCCCCCLXXXXIIII corrisponde all’anno 1594.
La frase latina HOC TEMPLUM RESTAURATUM può essere tradotta come:
“Questo tempio fu restaurato.”
L’iscrizione testimonia dunque un rilevante intervento di restauro eseguito nel 1594 Le righe inferiori sembrano ricordare i procuratori, cioè le persone che promossero, amministrarono o finanziarono i lavori. Il degrado della superficie lapidea non consente però una lettura certa dei nomi: uno dei soggetti citati sembra iniziare con “Bonano Franc…”, ma la trascrizione richiederebbe un rilievo epigrafico ravvicinato e una documentazione fotografica eseguita con luce radente.
La lapide è particolarmente significativa perché non costituisce soltanto un elemento ornamentale. È una fonte storica diretta: attesta che già nel Cinquecento la comunità locale riconosceva la necessità di intervenire sulla chiesa, conservarla e trasmetterla nel tempo.
La data del 1594 risulta inoltre coerente con la catalogazione ecclesiastica che segnala la presenza di un portale lapideo riferibile a quell’anno.
Il portale e la porta lignea
Il portale, di linee sobrie ma ben proporzionate, è composto da stipiti e architrave in pietra chiara, in contrasto con la muratura intonacata e con il pietrame irregolare dell’edificio. L’accesso è sottolineato da una soglia lapidea e da una porta lignea a due ante.
La porta appare il risultato di un intervento successivo, o comunque di una manutenzione più recente rispetto agli elementi lapidei della facciata. Le ante sono articolate con specchiature rettangolari e piccole decorazioni geometriche; nella fascia superiore è presente un’iscrizione che meriterebbe uno specifico approfondimento, poiché potrebbe contenere una data, un riferimento devozionale oppure il nome di chi ne curò la realizzazione.
Portale, lapide e rosone formano il nucleo più rilevante della facciata. In basso, il portale segna il passaggio dalla strada allo spazio sacro; al centro, il rosone introduce luce e simbolismo; più in alto, la lapide fissa nella pietra la memoria del restauro; infine, la campana rende la chiesa riconoscibile nel paesaggio sonoro della frazione.
Murature, intonaci e catene metalliche
Le pareti della chiesa mostrano una muratura in pietrame calcareo locale, con elementi di forma e dimensione diverse. La tessitura appare irregolare, come spesso accade nelle architetture storiche rurali, ma non priva di coerenza costruttiva: gli angoli, le aperture e gli elementi più delicati sono rafforzati o definiti mediante pietre lavorate.
L’intonaco storico è in più punti mancante o alterato. Questo rende visibili le diverse fasi di manutenzione subite dall’edificio: riprese di malta, zone di scuci-cuci, integrazioni e probabili sostituzioni locali di elementi lapidei.
In un eventuale intervento di conservazione sarebbe importante evitare l’impiego di intonaci o malte cementizie rigide e poco traspiranti. Le murature storiche in pietra richiedono materiali compatibili, preferibilmente a base di calce, capaci di mantenere un comportamento igrometrico coerente con quello originario dell’edificio.
Sulle pareti sono presenti catene metalliche, inserite verosimilmente per contrastare possibili allontanamenti delle murature e limitare cinematismi fuori piano. In un contesto sismico come quello aquilano, questi elementi rappresentano una parte importante della storia tecnica della chiesa: documentano interventi finalizzati a mantenerne la stabilità e a preservarne la continuità strutturale.
Una chiesa stratificata nel tempo
La chiesa di San Clemente non può essere letta come un manufatto appartenente a una sola epoca. Le fonti locali la collegano a un’origine medievale, mentre la lapide documenta con certezza un restauro del 1594. L’aspetto attuale, inoltre, è il risultato di ulteriori riparazioni e aggiornamenti, verosimilmente legati anche ai numerosi eventi sismici che hanno interessato la Valle dell’Aterno nel corso dei secoli.
Una fonte descrittiva non istituzionale suggerisce che l’edificio possa aver assunto l’attuale configurazione anche in seguito a una ricostruzione o a significativi lavori successivi al terremoto del 1703. Questa ipotesi è plausibile per il territorio, ma dovrebbe essere verificata attraverso documenti d’archivio, atti parrocchiali, fonti comunali o analisi stratigrafiche delle murature.
La chiesa va quindi interpretata come un organismo edilizio stratificato: un edificio nato in un’epoca lontana, restaurato nel Cinquecento, adattato e riparato nei secoli successivi, fino a giungere a noi con la sua materia imperfetta ma straordinariamente eloquente.
Conservare il patrimonio diffuso
Le grandi chiese, i castelli e gli edifici monumentali sono spesso al centro dell’attenzione pubblica. Tuttavia, gran parte dell’identità di un territorio è custodita nel patrimonio diffuso: piccoli edifici rurali, cappelle, fontane, muri in pietra, case contadine, edicole e luoghi di culto minori.
La chiesa di San Clemente appartiene pienamente a questo patrimonio. Il suo valore non dipende dalla scala monumentale, ma dalla sua capacità di mantenere un rapporto diretto con il paesaggio, con la comunità e con la storia locale.
Conservare una chiesa come questa significa conservare anche il linguaggio costruttivo del territorio: la pietra calcarea, la malta di calce, il coppo, la carpenteria lignea, le catene metalliche, le piccole aperture e gli elementi lapidei scolpiti. Significa riconoscere che la storia non risiede soltanto nei grandi monumenti, ma anche nelle architetture minori che hanno accompagnato la vita quotidiana delle comunità.
Fonti
BeWeB – Beni Ecclesiastici in Web, CEI, Chiesa di San Clemente, Fossa
Meraviglie d’Abruzzo, Chiesa di S. Clemente
Visit Fossa, Chiesa di San Clemente – Cerro, Fossa
Immagini da ARCHIVIO ZEDPROGETTI – riproduzione riservata
Arch. Anselmo Santilli – ZEDPROGETTI srl
In the hamlet of Cerro, within the municipality of Fossa—L’Aquila (AQ), just a few kilometers from L’Aquila, stands the Church of San Clemente: a small rural religious building, seemingly simple, yet rich in details that tell the story of centuries of local community life.
The church is situated in the landscape of the Aterno Valley, in an area known for the significant archaeological and historical heritage of Fossa and its Vestini necropolis. Cerro lies at the foot of Mount Cerro, in an area where ancient trails, farmland, scattered dwellings, and places of worship still convey the image of a landscape that has been historically inhabited and continuously transformed.

